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Scheda fondo

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Storia del fondo
- La biblioteca prima della biblioteca. Elementi per una protostoria dell'Angelica

Ove si voglia delineare una pur incerta protostoria dell'Angelica, sono due inventari quattrocenteschi, rispettivamente del 1432 e del 1478, le uniche fonti che documentino l'accrescimento del patrimonio librario della biblioteca del convento di Sant'Agostino.
Delle 671 notizie relative a manoscritti conservati nella biblioteca conventuale di S. Agostino nel 1432 pochissime sono quelle relative a volumi ancora oggi identificabili come facenti parte del patrimonio della Biblioteca: gli Ang. lat. 150-151, l'Ang. lat. 768, l'Ang. lat. 1903. Ben 981 sono invece le notizie relative a manoscritti e incunaboli registrati nell'inventario del 1478. Anche in questo inventario sono stati riconosciuti relativamente pochi manoscritti ancora all'Angelica: Ang. lat. 52 ovvero 488, Ang. lat. 62, Ang. lat. 76, Ang. lat. 98, Ang. lat. 143, Ang. lat. 161, Ang. lat. 204, Ang. lat. 218, Ang. lat. 224, forse Ang. lat. 296, Ang. lat. 338 ovvero Ang. lat. 1088, Ang. lat. 371-374, forse Ang. lat. 413, Ang. lat. 417, Ang. lat. 522, forse Ang. lat. 533, forse Ang. lat. 560, Ang. lat. 577, Ang. lat. 579, Ang. lat. 581, Ang. lat. 596, Ang. lat. 603, Ang. lat. 626, forse Ang. lat. 808, forse Ang. lat. 967, Ang. lat. 1010, Ang. lat. 1037, Ang. lat. 1097, Ang. lat. 1270, forse Ang. lat. 1310, Ang. lat. 1347, forse Ang. lat. 1365, Ang. lat. 1749, Ang. lat. 1857, Ang. lat. 1941, Ang. lat. 1964.

Il possesso di libri da parte del cenobio era legato tanto alle necessità della sinassi liturgica e delle pratiche devozionali dei frati, quanto a un più generale interesse all'arricchimento del patrimonio, nel seno del quale doveva rientrare anche l'acquisto o l'allestimento di libri, al pari di altri beni di lusso mobili. Inoltre il convento fu sede dal secolo XIV di uno Studium generale dell'Ordine e una parte dei libri in suo possesso trova piena adesione al curriculum didattico proposto dalle Constitutiones agostiniane. Al cenobio di Sant'Agostino, grazie alla disamina dei due inventari quattrocenteschi e all'analisi delle note di possesso, si possono attribuire circa una quarantina di volumi oggi esistenti nei fondi manoscritti dell'Angelica. Inoltre, tra i beni della chiesa, dovettero essere anche i grandi corali miniati da esporre durante la sinassi liturgica (Ang. lat. 2333-2342).
Nel primo inventario, i libri sono inseriti in un più generale elenco dei beni del convento; non si può desumere da esso se esistesse una biblioteca propriamente detta o piuttosto, semplicemente un ambiente deputato alla mera conservazione dei libri; ma già nel secondo inventario i libri risultano incatenati ai leggii in un luogo fisico definito. Ancora nel secondo inventario, si registra un numero non esiguo di incunaboli e vengono elencati alcuni dei benefattori del convento, cui si deve anche la donazione di libri.

Sicuramente il maggior benefattore del convento fu Guglielmo d'Estouteville (1412-1483). Della cospicua biblioteca del ricchissimo Cardinale, − patrono del convento di Sant'Agostino come di altre chiese romane, committente di opere pubbliche, creditore di papi, e protettore di uomini di lettere − si riconoscono nel fondo dell'Angelica ben pochi manoscritti. La dispersione della raccolta, che annoverava quasi trecento volumi tra manoscritti e stampati, iniziò dopo la sua morte; beneficiario del lascito testamentario sarebbe dovuto essere il solo convento di Sant'Agostino, ma la Biblioteca Apostolica Vaticana acquisì quasi la metà dei libri per diritto di spoglio. E subito dopo l'acquisizione, molti volumi furono progressivamente alienati, come è avvenuto durante tutto l'arco della storia della Biblioteca Angelica, probabilmente per ‘vendita di doppi'. Ciononostante alcuni codici sono inequivocabilmente ascrivibili al patrimonio del Cardinale. Recano il suo stemma i manoscritti Ang. lat. 371-374, che contengono, distribuite nei quattro volumi, le Expositiones in quattuor Evangelia di Tommaso d'Aquino, e suoi sono pure i codici Ang. lat. 1085-1087, riferibili allo scorcio del secolo XI o all'inizio del XII, latori del testo delle Enarrationes in Psalmos di Sant'Agostino; pur dubitativamente va ricondotto alla biblioteca del Cardinale anche il De regimine principum di Egidio Romano, Ang. lat. 1010. Il manoscritto Ang. lat. 1037, che riporta a c. 1r lo stemma di Guglielmo d'Estouteville, contiene il De Vita et pontificatu Pauli II di Michele Canensi. Questa copia, benché non sia da considerarsi autografa, fu quasi certamente eseguita con la curatela dell'autore dopo il 1471, giacché la sua mano sembra potersi riconoscere nei marginalia del codice. E del resto la partecipazione dell'autore alla copia destinata al Cardinale si giustifica ampiamente ove si consideri che la Vita Pauli II è dedicata proprio a Guglielmo.
Tra Quattrocento e Cinquecento, o più tardi, secondo percorsi più tortuosi, entrarono nella raccolta lacerti di biblioteche di nobili o religiosi romani, come l'Ang. lat. 308 che proviene da Giovanni Baroncelli (fl. 1385-1404); i codici di Bartolomeo Marliano (1488-1566) Ang. lat. 126, Ang. lat. 239, Ang. lat. 240, Ang. lat. 244-250; i manoscritti dell'agostiniano Bartolomeo da Cascia (fl. sec. XV) Ang. lat. 36, Ang. lat. 296, Ang. lat. 750, Ang. lat. 1053, Ang. lat. 1060, Ang. lat. 1070; o, ancora, i codici di Domenico Grimani (1461-1523) Ang. lat. 97, Ang. lat. 99, Ang. lat. 102, Ang. lat. 103, Ang. lat. 191, Ang. lat. 198, Ang. lat. 619, Ang. lat. 622.
Dal punto di vista della ricchezza e varietà dei materiali, una delle raccolte più importanti è quella di Egidio da Viterbo (1469-1532). Priore Generale dell'Ordine degli Agostiniani dal 1507 e Cardinale dal 1517, Egidio da Viterbo prese parte attiva al dibattito sulla Riforma; egli peraltro fu un profondo conoscitore delle tre lingue sacre, latina, greca ed ebraica, nonché di altre lingue orientali, né nascose interessi per la cabala: suo è il dizionario di lingua ebraica Ang. lat. 3, nonché i primi manoscritti greci che la biblioteca del Convento accolse: Ang. gr. 77, Ang. gr. 80, Ang. gr. 85, Ang. gr. 95, Ang. gr. 97, Ang. gr. 98, Ang. gr. 99, Ang. gr. 101, Ang. gr. 103, Ang. gr. 104, Ang. gr. 105, Ang. gr. 118, Ang. gr. 119. Questi codici, una vera collezione di filosofia, riflettono gli interessi di chi li commissionò a copisti greci operanti a Roma in quel torno di anni: non solo dunque teologia, ma pure neoplatonismo e scienze esatte. Infine fu di Egidio anche l'Ang. or. 72, che contiene libri dell'Antico Testamento in ebraico. Si riconoscono inoltre come egidiani nel fondo dell'Angelica almeno i codici Ang. lat. 636, 688, 1244 e 1253: l'Ang. lat. 1244 contiene le traduzioni di Rufino di Origene e di Panfilo, i codici Ang. lat. 688 e 1253 sono autografi delle Epistole e del Tractatus de anima, l'Ang. lat. 636 contiene il Commentario di Egidio In primum librum Sententiarum. Un'ulteriore fonte per la consistenza della biblioteca di Egidio potrebbe provenire dall'esame degli inventari di biblioteche romane redatti tra 1542 e 1546 da Jean Matal e conservati nel manoscritto di Cambridge, University Library, Addit. MS. 565.
Alla munificenza di Egidio si deve pure il maestoso corale manoscritto Ang. lat. 2337, da lui commissionato nel 1513, in qualità di Priore Generale dell'Ordine degli Agostiniani, con tutta probabilità per le esigenze liturgiche del cenobio.
La sua biblioteca fu in gran parte dispersa durante il sacco di Roma del 1527; oltre che all'Angelica, molti suoi codici sono oggi rintracciabili presso la Bibliothèque Nationale de France; altri confluirono nella biblioteca di Girolamo Seripando (1492-1563), che a sua volta lasciò alcuni libri, sinora non identificati, al convento.
Un altro noto teologo della Chiesa dell'età della Riforma lasciò tracce nella biblioteca del cenobio: Guglielmo Sirleto (1514-1585), il cui ex libris compare nei codici Ang. lat. 70 (miscellanea di opere di s. Agostino), Ang. lat. 116 (miscellanea di opere di s. Agostino), Ang. lat. 162 (Confessioni di s. Agostino), Ang. lat. 1084 (miscellanea di opere di s. Agostino).
Per tutto il secolo XVI non esistono né cataloghi, né libri di entrate ed esiti che documentino l'accrescimento della biblioteca conventuale; solo nell'Ang. lat. 912 è conservato un Vetus librorum Bibliothecae Catalogus, un inventario sommario di libri a stampa posseduti dalla biblioteca del convento, stilato verisimilmente poco prima della fusione con quella di Angelo Rocca.
Gli antichi inventari e cataloghi costituiscono l'unica fonte sicura per la ricostruzione della storia dei fondi. Infatti, timbri di possesso e polizzini - in assenza di ex libris autografi - non rappresentano, di per sé stessi, un sicuro elemento identificativo connotante degli esemplari provenienti da una specifica raccolta; fin dagli albori della storia dell'Angelica essi hanno identificato anche quei libri che sono stati acquisiti con il denaro ricavato dalla vendita dei doppi; dopo l'acquisizione di un fondo, che di prassi era cumulato con il materiale librario già posseduto, senza alcuna separazione, i frati procedevano sistematicamente alla individuazione dei doppioni, alla vendita dei libri più rovinati e infine, con il danaro ricavato, all'acquisto di altri libri, che, ove possibile, erano contrassegnati con il medesimo timbro che avevano i libri alienati, a significare che grazie al medesimo dono o alla medesima operazione di acquisizione essi erano pervenuti all'Angelica. Così avvenne con le biblioteche di Lukas Holste, di Enrico Noris, di Domenico Passionei; il timbro dunque non era sempre un ex libris della biblioteca di provenienza, ma un contrassegno apposto dai frati a ricordo dell'origine dell'esemplare e del benefattore. Talora, poi, l'operazione fu eseguita con tale malagrazia che non mancano patenti errori: libri provenienti dalla raccolta Passionei che non hanno il suo timbro, libri sicuramente di Rocca con il timbro Passionei; in almeno un caso il timbro Passionei convive con il polizzino di Lukas Holste.

- La biblioteca di Angelo Rocca (1545-1620)

Più nota, ma non del tutto priva di oscurità, la biblioteca del fondatore dell'Angelica. La vita e l'opera di Angelo Rocca (1545-1620), come autore e come fondatore della Biblioteca Angelica, è sin troppo conosciuta perché la si ripeta ancora. Angelo Rocca fu sicuramente un uomo di cultura amplissima, ma certo non fu un bibliofilo nell'accezione - che spesso si dà al termine oggi - di collezionista e di ricercatore di Delikatessen bibliografiche. Egli è certamente un tipico erudito del suo tempo, e aderisce profondamente allo spirito della Chiesa della Controriforma, ma manifesta pure idee estremamente originali e un forte senso pratico nel perseguirle. La sua cultura è di stampo enciclopedico, ma i suoi interessi si rivelano disparati e curiosi. Scorrendo con gli occhi i libri posti negli alti scaffali del vaso vanvitelliano si possono ancora oggi scorgere le tracce di quella che fu la biblioteca del fondatore dell'Angelica. La mano di Angelo Rocca, infatti, è ben riconoscibile, oltre che negli autografi, nei titoli apposti di suo pugno sulle coperte in pergamena dei libri da lui posseduti. Ma più cospicue tracce del suo interesse per i libri, che non fu mai di natura antiquaria, è all'interno di essi, nelle molteplici note di lettura, nei molti loci similes citati, nelle sottolineature, nel frequente inserimento di fogli con aggiunte, annotazioni, rimandi. La biblioteca di Rocca fu una biblioteca di libri postillati, sottolineati, chiosati, insomma, ampiamente letti e usati. E d'altra parte i suoi interventi dimostrano non solo una lettura colta e attenta, ma anche un lavoro indefesso che può essere apprezzato proprio grazie all'osservazione materiale delle modalità di lettura e scrittura dei libri; come ad esempio, nel codice Ang. lat. 123, lo splendido graduale-tropario di secolo XI, vergato in area bolognese, con miniature di scuola ottoniana e notazione neumatica adiastematica. In esso Rocca annota a c. 17v alcune considerazioni sul canto gregoriano e sulla sua tradizione manoscritta.
Rocca fu il braccio destro di Sisto V nella costruzione della nuova sede della Biblioteca Apostolica Vaticana; a quest'ultima dedicò l'opera Bibliotheca Apostolica Vaticana a Sixto V Pont. Max. in splenditiorem, commodioremq. locum translata”¦, Romae, ex Typographia Vaticana, 1591 (Ang. lat. 611), uno dei suoi scritti più interessanti; nelle sue pagine Rocca si dilunga sulle lingue, sui vari tipi di caratteri, sulle forme del libro, sui supporti scrittori, sulla storia delle biblioteche e delle raccolte. Un'ampia parte della Bibliotheca Apostolica Vaticana è dedicata alla descrizione della nuova sede, in particolare del Salone Sistino e del programma iconografico sviluppato sulle sue pareti. Rocca è quasi certamente l'autore delle didascalie degli affreschi, che richiamano, in maniera diretta, la tradizione della Lettera di Aristea, in cui il Papa, rifondatore della biblioteca, è rappresentato come novello Tolomeo II.
L'interesse per i materiali e le forme del libro si riverbera anche nel dossier di supporti scrittori diversi dalla carta di stracci conservato nell'Ang. or. 62; questo codice, oltre a un libro giapponese in carta di riso, contiene anche un lacerto di papiro (Tjäder ”  56), frammento di una bolla pontificia in curiale. La vicenda dell'allestimento dell'Ang. or. 62 è stata ampiamente spiegata: tuttavia si richiameranno qui alcune circostanze, per tentare di chiarire ulteriormente la questione. Il codice è in realtà attualmente costituito dall'accostamento in una custodia-raccoglitore di due libri a stampa cinesi. Nel primo, un libro ‘a farfalla' stampato con tecnica silografica, con annotazioni autografe di Angelo Rocca, incollato per il bordo sinistro a una carta di guardia, compare il suddetto papiro. Angelo Rocca stesso descrive questo manufatto nella sua Bibliotheca Angelica: «Codices ex cortice arundinea Sinis conscripti, et Siniace item Sinis impressi cum dictionario Sinohispanico manuscripto». L'Ang. or. 62 è stato allestito da Rocca allo scopo di «preparare una specie di dossier, contenente informazioni utili per giudicare il fenomeno dell'uso di materie scrittorie cartacee diverse da quelle comuni in Occidente». Attualmente, tuttavia, il secondo pezzo non è quel «dictionario Sinohispanico manuscripto» descritto da Rocca, ma una copia dell'Arte de la lengua mandarina, di Francisco Varo, non si sa quando sostituito nel manoscritto. Il dizionario tuttavia non è andato perduto: è infatti da riconoscersi nell'attuale Ang. lat. 60. Il codice reca il titolo manoscritto «Dictionarium Sino Hispanicum. Quo P. Petrus Chirino Societatis Jesu linguam Sinensium in Filipinis addiscebat ad convertendos eos Sinenses qui Filipinas ipsas incolunt, et quadraginta millium numerum excedunt. Quem R.mo D. Mons. Sacristae obsequia ergo ipsemet Petrus suppliciter obtulit prid. Cal. Aprilis 1604 + P.s Chirino». A Rocca sembra siano appartenuti anche altri codici orientali, giacché compaiono i caratteristici titoli di suo pugno nell'Ang. or. 3 (Commento al Morè Nebuchim), nell'Ang. or. 28 (Libro di preghiere musulmane) e nell'Ang. or. 43 (Sulle mense e i conviti di al-G'azzâr).
La biblioteca di Rocca contemplava anche codici greci. Da essa sembra provenire l'Ang. gr. 49, che contiene il romanzo di Longo Sofista. Il codice presenta una legatura in pergamena semifloscia, sul cui dorso è vergato, di pugno di Angelo Rocca, il titolo dell'opera; ancora di mano del Rocca sono le annotazioni poste sul verso della controguardia posteriore del codice, carta in origine incollata al piatto, e solidale con la prima carta dell'ultimo fascicolo. È ragionevole dunque che il manufatto provenga dalla biblioteca del fondatore dell'Angelica, pur se non vi sono - apparentemente - tracce di esso nel catalogo dei manoscritti del 1646 (Ang. lat. 481, cc. 206r-216v). L'identificazione della provenienza del codice è corroborata dal fatto che esso risulta vergato da Pietro Devaris, scriptor greco della Biblioteca Apostolica Vaticana dal 1581, con cui Rocca dovette certamente avere contatti. Anche il manoscritto Ang. gr. 9, un calendario, fu di Angelo Rocca, giacché alla c. Iv si legge il titolo manoscritto, di sua mano.

Angelo Rocca rivela la propria eclettica personalità anche negli interessi topografici, paesistici e geografici. È dal secolo XVI che si diffondono libri come gli Atlanti di città, i Teatri italiani, le Descrizioni di paesi; Rocca progetta di rappresentare alcune città d'Italia, soprattutto del Sud, attraverso il filo rosso della presenza in esse di un convento agostiniano e di abbinare alle vedute, fatte realizzare da artisti locali, una descrizione elaborata secondo i parametri dettati da un questionario, da lui stesso inviato ai conventi; questionario (Ang. lat. 214), descrizioni (Ang. lat. 231, Ang. lat. 685, Arch. Generale O.S.A., Carte Rocca, Testi) e immagini (Arch. Generale O.S.A., Carte Rocca, Piante e Banc. Stampe n.s. 56) sarebbero andati a costituire un atlante di città che rispecchiasse il viaggio compiuto da Rocca tra 1583 e 1584 in qualità di accompagnatore del Priore Generale dell'Ordine Spirito Anguissola. Dei suoi interessi geografici è anche testimone la piccola raccolta di carte da navigare in suo possesso, Ang. lat. 2384.
Assieme alle suggestive piante, che talora rappresentano le uniche vedute note delle città del Sud-Italia del sec. XVI, sono conservati anche dei disegni di Gherardo Cibo, il botanico che visse ad Arcevia, il quale verisimilmente gli donò anche il famosissimo hortus siccus a lui attribuito (Ang. lat. 2344-2348).
Lo spirito curioso di Angelo Rocca ci sorprende nel suo indugiare nella risoluzione di curiosi giochi enigmistici, nella composizione di poesie acrostiche (Ang. lat. 2577 olim Archivio Angelica, A.1.3, dell'anno 1874) o carmi figurati (Ang. lat. 2431). I suoi interessi anche per l'arte figurativa si rivelano nel codice Ang. lat. 1156, testimone del De Ilicetana familia di Egidio da Viterbo, corredato di una splendida raffigurazione dell'eremo di S. Maria della Consolazione. Sono dunque i suoi libri ad illustrarci la personalità di Angelo Rocca, a tracciare la storia della sua biblioteca, a narrarci la sua vita.

Non rimane traccia di un catalogo dei libri di Angelo Rocca, se non la brevissima operetta a stampa Bibliotheca Angelica litteratorum litterarumque amatorum commoditati dicata, una sorta di percorso illustrativo della sua biblioteca organizzato per classi. In quest'operina si riconoscono precisamente alcuni manoscritti.
I primi cataloghi propriamente detti della Biblioteca Angelica sono i codici Ang. lat. 616-617, Index rerum ordine concinnatus e Ang. lat. 614-615, Index nominum et cognominum auctorum qui in Bibliotheca Angelica asservantur, rispettivamente datati al 1640 e 1646; pur essendo cataloghi di libri a stampa, desultoriamente e talora in modo perfettamente integrato e indistinguibile dai riferimenti dedicati agli stampati, i due cataloghi tramandano anche notizie di volumi manoscritti, senza, peraltro, che sia possibile ricostruire il criterio seguito dai compilatori.
Al medesimo periodo (1646) risalgono due indici, per autore e per materie, conservati nel codice Ang. lat. 481, ai cc. 206r-216v, ove sono registrati i Libri manuscripti qui asservantur in Bibliotheca Angelica in superiori parte. L'espressione in superiori parte è da intendersi riferita a un'ala separata dal resto della biblioteca, ma è anche da tenere per certo che non tutti i manoscritti allora in possesso alla biblioteca sono qui annoverati; il catalogo, insomma, si riferisce a un ambiente specifico, senza che questo implichi che il materiale librario ivi conservato fosse particolarmente prezioso, o provenisse da fondi specifici. Infine, ulteriori informazioni possono derivare dall'esame dell'Ang. lat. 1758, Entrata della Libraria Angelica dal 1620 al 1688 ed Esito dal 1620 al 1701.

- Biblioteche e fondi del Seicento e del Settecento in Biblioteca Angelica

Per volontà testamentaria, l'Angelica non possiede manoscritti della biblioteca di Lukas Holste (1596-1661), che, nel 1668, lasciò all'Angelica esclusivamente libri a stampa, mentre i manoscritti vennero lasciati a Francesco Barberini; solo l'Ang. lat. 1389 e l'Ang. lat. 644 sono parzialmente autografi.
Eppure tra Seicento e Settecento non mancarono nuove acquisizioni. Tra queste non possono non essere citati i manoscritti autografi dell'agostiniano Guillaume Bonjour (1670-1714). Di origini tolosane, Bonjour fu tra i primi intellettuali a interessarsi alla lingua copta di cui compose anche una grammatica (Ang. lat. 475); fu membro della Congregazione per la riforma del calendario e cartografo del Celeste Impero a Pechino; trascorse la sua vita quasi totalmente a Roma, ove per anni frequentò anche la Biblioteca Angelica, avendo come sodali di studio il Cardinale bibliotecario Enrico Noris e il sottobibliotecario Basile Rasseguier ed ebbe contatti epistolari con gli intellettuali della sua epoca, tra i quali Bernard de Montfaucon e Ludovico Antonio Muratori. Da Bonjour provengono i manoscritti Ang. lat. 1, Ang. lat. 45-49, Ang. lat. 297, Ang. lat. 395, Ang. lat. 475, Ang. lat. 621, Ang. lat. 629-635, nonché Ang. or. 67, Ang. or. 68 e forse Ang. lat. 183 e Ang. lat. 891, in gran parte autografi totali o parziali.
La fine del secolo XVII e l'inizio del secolo XVIII è il momento in cui si afferma decisamente l'interesse per le lingue orientali. Opera in quel periodo in Angelica come bibliotecario Enrico Noris (1631-1704). Promotore dell'agostinismo, autore della contestatissima Historia Pelagiana, poi difesa di fronte al tribunale ecclesiastico da Agostino Giorgi, Enrico Noris lasciò all'Angelica la sua biblioteca privata, puntualmente inventariata nell'Ang. lat. 195 (cc. 275r-288v). La raccolta doveva comprendere un migliaio di volumi, identificabili nei fondi dell'Angelica dal polizzino, apposto, tuttavia, pure su quei libri che vennero acquisiti con il denaro ricavato dalla vendita dei doppi, pratica, quest'ultima, più volte ripetutasi nella storia della biblioteca.
La biblioteca del Cardinale si dimostra varia per generi e tipologie librarie. Noris ha una discreta quantità di libri in lingue ed alfabeti esotici: armeno, georgiano, glagolitico, ma anche siriaco, persiano, cinese e giapponese. Da lui stesso sembrano provenire all'Angelica alcuni suoi autografi Ang. lat. 179, Ang. lat. 183, Ang. lat. 184, Ang. lat. 891, Ang. lat. 910, Ang. lat. 911, Ang. lat. 1020; sono di Noris anche i codici Ang. lat. 319, Ang. lat. 323, Ang. lat. 324, Ang. lat. 1289, Ang. lat. 1290, e pure, dubitativamente, Ang. lat. 316, Ang. lat. 317, Ang. lat. 321, Ang. lat. 322, Ang. lat. 1247.
Il fondo manoscritto sin qui costituito è ben tracciabile grazie al catalogo di Basile Rasseguier (1659-1734), conservato nell'Ang. lat. 1078. Questo catalogo, che cumula i manoscritti in un unico fondo, segnala singolarmente tutte le opere contenute nei codici, anche miscellanei, ed è dunque piuttosto semplice identificare nelle sue descrizioni i manoscritti presenti in Angelica, anche ove abbiano perso le tracce dell'antica segnatura. Nel catalogo compaiono tre tipologie di segnature: una a tre cifre, lettera, numero romano e numero arabo; una a due cifre, lettera e numero arabo; infine una a quattro cifre, composte da una lettera, un simbolo (sempre Q) e due numeri arabi. È lecito ipotizzare che tali differenti segnature corrispondano a differenti ambienti di conservazione del fondo manoscritto. Forse la segnatura a quattro elementi, simile a quella degli stampati del fondo antico, potrebbe indicare che almeno una parte dei codici era ancora fusa con gli stampati.
Prima della compilazione di questo catologo entrò in Biblioteca un gruppo di manoscritti orientali, che si riconoscono nelle descrizioni di Rasseguier e recano i titoli di suo pugno nonché le sue antiche segnature. Si tratta di un gruppo ben preciso di codici caratterizzato dalla presenza, sul recto della c.1, di quella che potrebbe essere una antica segnatura, l'espressione «Num.», seguita da un numero arabo. I codici in questione sono tutti manoscritti ebraici, apparentemente non posteriori al secolo XVI, e cioè l'Ang. or. 21 (Num. 71), l'Ang. or. 24 (Num. 10), l'Ang. or. 30 (Num. 24), Ang. or. 31 (non si legge il numero), l'Ang. or. 35 (Num. 9), l'Ang. or. 36 (Num. 159), l'Ang. or. 47 (Num. 151), l'Ang. or. 56 (Num. 29), l'Ang. or. 57 (Num. 28), l'Ang. or. 63 (Num. 27), l'Ang. or. 65 (Num. 39), l'Ang. or. 66 (Num. 58, corretto in 57), l'Ang. or. 70 (Num. 22?), l'Ang. or. 75 (Num. 31), l'Ang. or. 76 (Num. 368), l'Ang. or. 78 (Num. 20), l'Ang. or. 80 (Num. 328), l'Ang. or. 85 (Num. 26).

- La biblioteca di Domenico Passionei

«La biblioteca è il mio serraglio ed io la faccio guardare da degli eunuchi»: così si dice che Domenico Passionei (1682-1761) definisse la sua biblioteca, la più grande raccolta privata di cui l'Angelica abbia accolto i fondi e una delle più grandi tra le raccolte private del secolo XVIII. Se Angelo Rocca continua a stupire per la sua poliedrica cultura, per la curiosità e la varietà dei suoi interessi, per la sua fiducia completa nelle nuove tecnologie della stampa e delle manifatture cartacee, per la lungimiranza manifestata nella progettazione di una biblioteca aperta al pubblico, non solo nella scelta dei fondi librari, ma anche nella pianificazione di spazi fisici, e dei beni mobili e immobili per il suo mantenimento, nonché nella stesura del regolamento interno, Domenico Passionei è l'esemplare più classico dell'erudito bibliofilo, raccoglitore e collezionista di libri sino al furto, animato da quel «furore d'aver libri» di tanti bibliomani del secolo XVIII. E questo ‘furore' ha innanzi tutto una vocazione enciclopedica, sicché sono poche le materie che nella sua biblioteca non vengono in qualche misura rappresentate; ma Passionei sviluppò in particolar modo interessi speciali, di cui è specchio il suo programma di acquisizioni. Il Cardinale stesso descrive così la completezza e la varietà della sua raccolta:
«Questa è una Biblioteca, la cui rarità per ciò, che contiene, è singolarissima e forse l'unica in questo genere, che si ritrovi, particolarmente per tutto ciò che riguarda le Controversie gravissime e gli affari di maggiore importanza della S. Sede da due Secoli e più in qua; Vi è una raccolta compita, e intiera di tutto ciò, che fecero i Sommi Pontefici e scrissero i più celebri autori cattolici contro l'eresia di Lutero e di Caluino, di materia, che non manca un foglio di quanto uscì fino dal tempo di Leone X, fino alla fine del Concilio di Trento, e una raccolta di questa natura non poteva esser fatta, se non da uno, che è stato venti, e più anni in Germania e sei anni in Olanda, come sono stato io. V'è un'altra raccolta di tutte le controversie agitate in tempo di Clemente VIII un'altra che comprende tutto ciò che uscì sovra l'affare di Giansenio dal tempo di Urbano VIII fino a Clemente IX, un'altra che contiene tutto ciò che uscì in tempo di Innocenzo XI, sovra la regalia, e finalmente un'altra in cui sta annoverato e distinto tutto ciò, che uscì sovra la costituzione Unigenitus, dal 1708 fino al presente, senza parlare di quanto fù stampato sovra la famosa causa de' Riti cinesi, a cui come a tutte le altre non manca nemmeno una carta di quanto ne fu divalgato. Raccolte compite e intiere fino ai minimi fogli di questa natura non si trovano, e non compariscono in niuno di cento e più cataloghi stampati di Librerie le più scelte».

Da queste ultime parole si evince che uno dei mezzi usati da Passionei per raggiungere le competenze bibliografiche necessarie a porre in atto la sua caccia era quello di acquisire cataloghi a stampa di biblioteche private, di biblioteche pubbliche e cataloghi di vendita. Ed infatti proprio da Passionei proviene il cospicuo fondo di volumi di tal genere presenti in Angelica.
Per l'intermediazione dello zurighese Johan Jakob Scheuchzer (1672-1733), con il quale Passionei intrattenne rapporti epistolari e che fu il suo principale corrispondente per gli acquisti di libri durante il periodo della nunziatura in Svizzera, il Cardinale ottenne di comprare una serie di libri di intellettuali zurighesi, tra cui anche alcuni postillati da Conrad Gesner.
Nel corposo epistolario di Passionei ricorrono continuamente richieste per ricerche o acquisti di libri, ma il Cardinale cercò pure di acquisire - s'è visto - intere biblioteche o parti di esse.

Dei 19 volumi che costituivano il catalogo della biblioteca di Passionei se ne conservano solo sette, che si trovano oggi all'Archivio Generale dell'Ordine degli Agostiniani; altri due manoscritti, gli attuali Vat. Ott. lat. 3195 e 3196, conservano i cataloghi delle miscellanee manoscritte, mentre a Fossombrone è serbato il catalogo delle miscellanee a stampa. Dopo la morte del Passionei, com'è noto, il bibliotecario della Palatina di Parma, Paolo Maria Paciaudi fece allestire una copia dell'inventario della biblioteca del Cardinale, con l'intenzione di acquisirla, e tale inventario, il più completo che possediamo, è oggi conservato nei manoscritti Parm. 875-878; forse una seconda copia (o la medesima?) era in Angelica, nel fondo manoscritti, fino alla fine del secolo XVIII, ma in seguito scomparve.
Diversi furono i bibliotecari che lavorarono al fondo manoscritto della raccolta passionea. Innanzi tutto lo ieromonaco criptense Filippo Vitali (1699-1771); costui fu prefetto della biblioteca Barberiniana, operò in Vallicelliana e sembra che abbia avuto parte nell'ordinamento della raccolta passioneiana di Palazzo della Consulta. Di suo pugno sono alcuni indici nei fogli di guardia di numerosi manoscritti greci e le collocazioni a numero romano progressivo che si rintracciano negli stessi. Un primo rapporto del lavoro svolto uscì nella Mantissa al primo volume dell'Evangeliarum quadruplex di Jo. Blanchinus. Sappiamo inoltre che Gian Luigi Mingarelli (1722-1793) compilò un catalogo dei manoscritti greci e latini, purtroppo oggi disperso. Potrebbe essere sua la mano che compila alcuni indici dei manoscritti anteposti al corpo dei codici.
La collezione di codici greci conservata in Angelica deriva quasi tutta dalla biblioteca Sforziana, appartenuta a Guido Ascanio Sforza (1518-1566) e poi aumentata, in misura minore, da suo fratello Alessandro (1534-1581). La storia di questa biblioteca è avvolta nel mistero; la raccolta sforziana si conosce soprattutto attraverso due importanti cataloghi, il primo attribuito a Francesco Torres (Vat. lat. 3958) e stilato prima del 1581, il secondo di Leone Allacci (Vat. Ott. lat. 2355). Un piccolo gruppo di manoscritti sforziani proviene dalla biblioteca di Giorgio di Corinto (ca. 1485 - post 1551) (Ang. gr. 14, 25, 27, 29, 30, 45, 47, 48, 56, 61, 66, 82, 106 [IV e VI], 116), parente e discepolo di Arsenio Apostolio e di Michele Apostolio. Giorgio di Corinto acquisì una buona parte della biblioteca di Marco Mamuna e quindi dei due Apostolidi, forse mentre era a Creta tra 1535 e 1539.
Non si conoscono neppure le modalità o l'esatta data di acquisto della biblioteca situata nel Palazzo della Cancelleria Vecchia da parte del Cardinale Passionei, ascrivibile, ipoteticamente, al periodo compreso tra 1701 e 1705. Comunque, in questo gruppo di circa cento manoscritti si annoverano certo i manufatti più importanti del fondo greco: come l'Ang. gr. 39, un Praxapostolo vergato in maiuscola ogivale diritta nel secolo X, o l'Ang. gr. 14, autografo di Demetrio Triclinio, l'erudito bizantino che riscoprì la metrica greca antica del teatro, o, ancora, l'Ang. gr. 83, codice B di Erodoto, del secolo X, o lo splendido Tetravangelo con canoni eusebiani, Ang. gr. 123, dello scorcio del secolo XI, o, ancora, l'autografo del Violario di Michele Apostolio, Ang. gr. 27, che sarà ripreso e modificato dal figlio Aristobulo, per darlo alle stampe nei Praeclara dicta philosophorum, imperatorum, oratorumque, et poetarum ... , ab Arsenio archiepiscopo Monembasiae collecta, Roma, Ginnasio Mediceo, 1519 (XX.8.31/1). D'altro canto, certamente anche alcuni codici latini furono acquisiti da Passionei dalla Sforziana: fra questi, sicuramente l'Ang. lat. 1414.
Meno chiara la provenienza dei manoscritti Ang. gr. 6, Ang. gr. 10, Ang. gr. 12, Ang. gr. 20, Ang. gr. 55, Ang. gr. 69, Ang. gr. 111, Ang. gr. 127: i manoscritti 6, 20, 55 sono tre lessici che con ogni probabilità possono essere identificati in altrettanti anonimi lessici presenti nel catalogo di Allacci della libreria Sforziana (61 CLXXXVI; 111 CLXXXVII; 154 CLXXXVIII). Gli Ang. gr. 10, Ang. gr. 12, Ang. gr. 69, Ang. gr. 111, Ang. gr. 127 non sembrano appartenere a nessun fondo preesistente e derivano, forse, da singoli acquisti da parte di Passionei.
Un'altra biblioteca sulla quale Passionei riuscì a mettere le mani fu quella del convento di San Silvestro al Quirinale, della quale hanno il timbro i codici Ang. gr. 3, Ang. gr. 15, Ang. gr. 33, Ang. gr. 34, Ang. gr. 53, Ang. gr. 59, Ang. gr. 60, Ang. gr. 63.
Da Passionei vengono anche alcuni manoscritti orientali, dotati del timbro e di caratteristici indici in parte di mano di Filippo Vitali, in parte di mano di un secondo bibliotecario, forse il già citato Luigi Mingarelli, il cui intervento è ravvisabile anche nei codici greci; si tratta dei codici Ang. or. 4, Ang. or. 5, Ang. or. 18, Ang. or. 25, Ang. or. 42, Ang. or. 48, Ang. or. 49, Ang. or. 50, Ang. or. 51, Ang. or. 53, Ang. or. 54, Ang. or. 74, Ang. or. 83. La raccolta di codici greci di Passionei fu consultata dal padre maurino Bernard de Montfaucon che ne citò alcuni pezzi nella Palegraphia graeca. L'esemplare di quest'opera presente in Angelica appartenne a Passionei e riporta nei margini note di pugno di Filippo Vitali, nonché le più tarde segnature di mano dell'agostiniano Richard Tecker.

Anche tra i manoscritti latini i più preziosi provengono dal fondo Passionei. Dei duecento manoscritti greci e dei trecento latini che Passionei dichiara di aver posseduto, in realtà in Angelica se ne reperiscono solo circa 100 greci e 130 latini. E ciò tanto a causa dei furti avvenuti in Angelica nel XIX secolo, quanto perché erano probabilmente annoverati nel catalogo della biblioteca conservata al Palazzo della Consulta al Quirinale non solo i volumi, ma anche le notizie di spoglio di libri miscellanei.
Soprattutto per quel che concerne i codici latini, la ricerca, la selezione e l'acquisto furono diluiti negli anni e avvennero nei modi più vari. In alcuni manoscritti Passionei stesso segnala come è venuto in possesso del libro. Ad esempio, nell'Evangelistario del secolo X Ang. lat. 1452, a c. IIIv egli scrive «Ce livre des Evangiles lequel est au moins du X siècle, m'a été donné par Mrs du Chapitre de Coire, lorsque j'ay fait la visite des Missions dans le Païs des Grisons, l'an 1724».
Ancora passioneo è l'Ang. lat. 1102, manoscritto della Divina Commedia, della seconda metà del secolo XIV.

Il più famoso manoscritto che l'Angelica conservi, l'Ang. lat. 1474, proviene ancora dallo stesso fondo. Il codice, che contiene l'opera di Pietro da Eboli De balneis Puteolorum et Baiarum, giunse a Passionei attraverso la biblioteca di Mario Guidarelli, dal quale pervengono anche i codici Ang. lat. 1337, Ang. lat. 1365, Ang. lat. 1473, Ang. lat. 1480.
Attraverso Passionei l'Angelica possiede una piccola raccolta di manoscritti (e stampati) provenienti dalla biblioteca dell'umanista, matematico, traduttore, poligrafo Bernardino Baldi (1553-1617), oggi riconoscibili nei codici parzialmente autografi, Ang. lat. 147, Ang. lat. 233, Ang. lat. 430, e nei codici Ang. lat. 431, Ang. lat. 1399, Ang. lat. 2266.

Non meno preziosi dei manoscritti, alcuni degli incunaboli o delle editiones principes più rare o importanti derivano all'Angelica dal fondo Passionei: come il De oratore di Cicerone, primo libro pervenutoci stampato in Italia, a Subiaco, da Sweynheym e Pannartz nel 1465 (Inc. 505), o il De civitate Dei di s. Agostino, sempre sublacense, del 1467 (Inc. 149) oppure il sogno di tutti i collezionisti, l'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, stampato a Venezia, da Aldo Manuzio, nel 1499, con silografie illustrative delle vicende del notissimo romanzo allegorico di un nitore ad oggi imbattuto.
Nell'età in cui la tecnica della stampa emetteva i suoi primi vagiti, la produzione libraria dovette viaggiare parallelamente su supporto manoscritto e stampato; è raro osservare come operavano coloro che si apprestavano a dare alla luce per la prima volta un'opera a stampa, a pubblicare un incunabolo, un ‘libro in cuna', appena nato, come dice il nome stesso. I primi tipografi andavano ponendosi, in nuce, tutti i problemi di ecdotica che solo in parte la filologia lachmanniana risolverà nel secolo XIX. Proprio in Angelica, per una fortuita circostanza di conservazione, esiste un manoscritto passioneo (Ang. lat. 1097) utilizzato per l'editio princeps della Naturalis Historia di Plinio, ancora per i tipi di Sweynheym e Pannartz, nel 1470; di tale edizione un esemplare (Inc. 528) è pure nella Biblioteca. Sull'Ang. lat. 1097 avvenne la prima revisione filologica del testo, terminata il 15 dicembre 1469, come risulta dalla nota apposta dal curatore dell'edizione, Andrea Bussi, alla c. 482r. Da questo codice venne esemplato il Vat. lat. 5991, che fu materialmente portato in tipografia per cavarne la composizione.

Dopo l'acquisizione della raccolta passionea, nel 1788, il frate agostiniano Daniele Marcolini allestì un nuovo indice dei manoscritti, oggi deperdito, ma in parte stampato nella Bibliotheca librorum manuscriptorum Italica di Friedrich Bluhme. In tale catalogo appaiono già le più recenti tra le antiche segnature dell'Angelica, quelle costituite da tre cifre: una lettera che indica la colonna, e due numeri arabi che indicano il palco e il numero di catena. I fondi non risultano separati per lingua. Particolarmente grave è la perdita di questo catalogo ove si consideri il grave vulnus che ebbe a subire il fondo manoscritto negli anni immediatamente successivi, in età napoleonica e sotto la direzione di padre Agostino Carassai (1832-1837).
Ancora nel 1792 Theophile Gottlieb Harles, avvalendosi di appunti di Johann Philip Siebenkees, pubblicò una piccolissima parte del catalogo Marcolini per descrivere il fondo dei manoscritti greci dell'Angelica. Harles cita 37 codici, passioneiani e non, non tutti oggi ancora angelicani.

Alla donazione della biblioteca personale del frate agostiniano Agostino Giorgi (1711-1797), teologo e bibliotecario dell'Angelica dal 1752, si deve, tra l'altro, il nucleo storico del fondo delle edizioni Bodoniane. Giorgi volle donare la sua raccolta in occasione della riapertura al pubblico della Biblioteca Angelica, nel 1786. Tale raccolta, oltre che da materiale di argomento teologico, è caratterizzata da rari libri di orientalistica, soprattutto sul Tibet, in parte stampati dallo stesso Giovan Battista Bodoni, con cui il Giorgi intrattenne uno stretto rapporto di amicizia. Agostino Giorgi diede alla luce a Roma, nel 1789, per i tipi di Antonio Fulgonio, un Fragmentum Evangelii s. Iohannis graeco-copto thebaicum saeculi IV (A.12.21), dissertazione incentrata su numerosi reperti orientali conservati soprattutto a Roma, tra i quali l'importante Ang. or. 74, Tetravangelo siriaco nella versione filosseniana, del IX o X secolo. Vengono sicuramente dalla biblioteca di Agostino Giorgi i codici Ang. lat. 15, Ang. lat. 264, Ang. lat. 1284, Ang. lat. 1327, Ang. lat. 1328, Ang. lat. 1329. All'epoca del Giorgi era già in biblioteca il più antico manoscritto dell'Angelica, l'Ang. lat. 10, il Liber memorialis dell'abbazia di Remiremont, del secolo IX, proveniente dal convento degli agostiniani dell'Aquila, del quale, però, non si conoscono le modalità di ingresso in biblioteca. Anche alla morte del bibliotecario agostiniano Fulgenzio Bellelli (1675-1742) la sua biblioteca passò all'Angelica; sicuramente da essa provengono i manoscritti Ang. lat. 165, 291, 467, 1359, 1443.

- Acquisizioni e spoliazioni. I secoli XIX e XX

Durante l'invasione napoleonica (1796-1815) la biblioteca e il convento dovettero essere spogliati di numerosi tesori e oggetti d'arte, solo in piccola parte restituiti; ma sembra che il saccheggio abbia riguardato piuttosto gli stampati, e in particolare gli incunaboli, che i manoscritti.
Al torno di tempo compreso tra il 1833 e il 1836, sotto la direzione di padre Agostino Carassai bisogna ricondurre un fatto particolarmente grave per il fondo dell'Angelica; furono sottratti numerosi volumi, forse non solamente manoscritti. Alcuni dei libri rubati del fondo manoscritto greco sono stati riconosciuti nel fondo Rossiano della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Si tratta dei codici Vat. Ross. gr. 169 (olim Angelica B.3.12), Vat. Ross. gr. 412 (olim Angelica Y.Q.2.7), Vat. Ross. gr. 558 (olim Angelica C.1.9 già T.Q.7.1), Vat. Ross. gr. 721 (olim Angelica B.1.13), Vat. Ross. gr. 894, Vat. Ross. gr. 961 (olim Angelica S.Q.7.7), Vat. Ross. gr. 962 (olim Angelica S.Q.7.8), Vat. Ross. gr. 979, Vat. Ross. gr. 980 (olim Angelica C.2.4), Vat. Ross. gr. 981 (olim Angelica B.1.11), Vat. Ross. gr. 982 (olim Angelica C.1.5), Vat. Ross. gr. 983 (olim Angelica S.Q.7.9), Vat. Ross. gr. 1018 (olim Angelica V.3.2), Vat. Ross. gr. 1022, Vat. Ross. gr. 1023 (olim Angelica T.Q.5.9). Altri sono i codici che, pur presenti nelle citate descrizioni edite e non di Filippo Vitali, di Bernard de Montfaucon, di Gottlieb Christoph Harles, di Daniele Marcolini, non sono oggi più rintracciabili. Ma è anche probabile che analoghe agnizioni potrebbero farsi per manoscritti latini e stampati.
Per questo motivo nel 1847 Guglielmo Bartolomei redasse un nuovo indice dei manoscritti, oggi conservato nell'Ang. lat. 2393. L'indice di Marcolini, sicuramente ancora nel 1869 in Biblioteca, fu fatto surrettiziamente sparire, con tutta probabilità allo scopo di coprire questo furto gravissimo.

Nel 1849, in seguito ai disordini derivati dall'instaurazione della Repubblica Mazziniana, i libri del convento agostiniano di Santa Maria del Popolo furono portati all'Angelica e vennero fusi con il suo patrimonio librario. Il secondo convento agostiniano di Roma aveva una ricchissima raccolta e sono numerosi i manoscritti e gli incunaboli riconosciuti come provenienti dai suoi fondi: i codici di S. Maria del Popolo, nessuno posteriore al secolo XV, oggi presentano le collocazioni consecutive da Ang. lat. 524 a Ang. lat. 603. Due inventari documentano il posseduto di questa biblioteca: quello degli anni 1480-1482, e un secondo, dell'anno 1600 conservato alle cc. 10v-27r del Vat. lat. 11285, sinora inedito; ma, ancora una volta, non è mai stato preso in esame quello di Jean Matal, compilato tra 1542 e 1546 e conservato nel codice di Cambridge, University Library, ms. Addit. 565.
Ad esempio, dalla biblioteca di Santa Maria del Popolo provengono i libri dell'avvocato concistoriale Battista Brendi (1405-1482), i codici Ang. lat. 526, Ang. lat. 529, Ang. lat. 530, Ang. lat. 533, Ang. lat. 534, Ang. lat. 540, Ang. lat. 541, Ang. lat. 565, Ang. lat. 567, Ang. lat. 571, Ang. lat. 572, da Marco Barbo (1420-1491) gli Ang. lat. 546, Ang. lat. 547, Ang. lat. 548, da Marino Orsini (arcivescovo di Gravina dal 1445 al 1471) gli Ang. lat. 524, Ang. lat. 525, Ang. lat. 567, Ang. lat. 568, Ang. lat. 569, Ang. lat. 570, Ang. lat. 571, Ang. lat. 573, Ang. lat. 574, Ang. lat. 578; ma soprattutto da quel convento provengono i libri di Niccolò Modrussiense, Ang. lat. 419, Ang. lat. 527, Ang. lat. 537, Ang. lat. 538, Ang. lat. 542, Ang. lat. 545, Ang. lat. 549, Ang. lat. 550, Ang. lat. 551, Ang. lat. 552, Ang. lat. 553, Ang. lat. 555, Ang. lat. 556, Ang. lat. 557, Ang. lat. 560, Ang. lat. 561, Ang. lat. 562, Ang. lat. 566, Ang. lat. 575, Ang. lat. 577, Ang. lat. 589, Ang. lat. 591, Ang. lat. 592, Ang. lat. 595, Ang. lat. 596, Ang. lat. 1963, Ang. lat. 1965.
Per il tramite di Achille Gennarelli nel 1880 (e negli anni successivi, tramite altri librai), per impulso del Direttore Ettore Novelli (1821-1900, Direttore negli anni 1873/4-1898), vennero acquistati i libri di Almorò Barbaro, funzionario della Repubblica Veneta nel secolo XVIII; oggi tali libri sono gli attuali Ang. lat. 2323 (Catalogo dei libri ritrovati all'atto della confezione dell'inventario giudiziale della sostanza lasciata dal defunto nobile Almorò Barbaro), Ang. lat. 1750, Ang. lat. 1751, Ang. lat. 1756, Ang. lat. 1761, Ang. lat. 1776, Ang. lat. 1782, Ang. lat. 1784, Ang. lat. 1785, Ang. lat. 1786, Ang. lat. 1790, Ang. lat. 1791, Ang. lat. 1792, Ang. lat. 1793, Ang. lat. 1794, Ang. lat. 1795, Ang. lat. 1796, Ang. lat. 1798, Ang. lat. 1801, Ang. lat. 1806, Ang. lat. 1807, Ang. lat. 1809, Ang. lat. 1810, Ang. lat. 1811, Ang. lat. 1812, Ang. lat. 1813, Ang. lat. 1814, Ang. lat. 1820, Ang. lat. 1821, Ang. lat. 1822, Ang. lat. 1824, Ang. lat. 1826, Ang. lat. 1827.
Nel 1883, la Biblioteca Angelica acquisì i libri della biblioteca privata della famiglia Massimo; i 183 manoscritti giunsero in biblioteca solo un anno più tardi. Di questi codici, solo 23 appartengono alla più antica biblioteca del cardinale Carlo Camillo II Massimo (1620-1677); gli altri si debbono alla passione collezionistica di Camillo IX Vittorio (1803-1873). Oltre all'Ang. or. 88 e 88bis, manoscritto arabo del secolo XVI, tutti gli altri codici sono del fondo latino. Sono del fondo Massimo i codici Ang. lat. 1550-1564, 1566-1567, 1569-1645, 1647-1737, 1740-1744, 1919/4, 2331, 2361.
L'anno seguente vennero acquistati i libri di Adamo Rossi (1821-1891), professore e bibliotecario dell'Augusta di Perugia, attraverso la figlia Niobe; i codici Ang. lat. 1752, Ang. lat. 2211, Ang. lat. 2212, Ang. lat. 2213 sembrano infatti provenire dall'area umbra; tra essi ha rilevanza il codice Ang. lat. 2212 testimone del Viaggio in Terra Santa di Lionardo Frescobaldi e dei Viaggi d'oltre mare volgarizzati di Odorico da Pordenone.
Nel 1890 Ettore Novelli fece acquistare, per il tramite del libraio Vincenzo Menozzi, i manoscritti provenienti dalla biblioteca privata del linguista Pietro Fanfani.. Oggi sono collocati con numerazione quasi progressiva da Ang. lat. 1975 a Ang. lat. 2028 e da Ang. 2030 a Ang. lat. 2118, e infine Ang. lat. 2302 e Ang. lat. 2303.
Tra 1892 e 1894 fu posta in vendita la biblioteca privata del bibliofilo di Lugo Giacomo Manzoni (1816-1889). La biblioteca constava di circa 25.000 volumi e di 220 manoscritti. Ettore Novelli nel 1894 ne comprò alcuni, che oggi occupano le collocazioni da Ang. lat. 2215 a Ang. lat. 2275 e Ang. lat. 2306. Tra essi oltre agli importanti Ang. lat. 2216 e Ang. lat. 2306, contenenti il Laudario di Jacopone da Todi, numerosi sono i manoscritti della letteratura italiana soprattutto in volgare, come il Viaggio al monte Sinai di Simone Sigoli (Ang. lat. 2268), il De mulieribus claris di Boccaccio (Ang. lat. 2217 e Ang. lat. 2226), il Dittamondo di Fazio degli Uberti (Ang. lat. 2269), il Discorso del flusso e reflusso del mare, autografo di Galileo Galilei (Ang. lat. 2229).
Insomma, Ettore Novelli, il primo bibliotecario laico della Biblioteca Angelica, avviò, insieme ad un nuovo corso, una vera e propria campagna acquisti, soprattutto per quel che concerne i libri manoscritti. Altri piccole biblioteche private vennero acquistate o ricevute in dono per volere del Novelli. Ad esempio quella di Luigi Cardinali (1783-1851) (Ang. lat. 1856, Ang. lat. 1865, Ang. lat. 1971, Ang. lat. 2142, Ang. lat. 2144-2146, Ang. lat. 2149-2152, Ang. lat. 2154-2155, Ang. lat. 2207, Ang. lat. 2278-2288, Ang. lat. 2296); oppure quella della famiglia Metaxà, con gli autografi del naturalista Luigi (Ang. lat. 1951-1961, Ang. lat. 2276, Ang. lat. 2277, Ang. lat. 2355). Lo stesso Novelli, non rompendo la pratica dei molti bibliotecari agostiniani che lo avevano preceduto, lasciò i suoi libri manoscritti all'Angelica (Ang. lat. 1846/18-24, Ang. lat. 1884, Ang. lat. 2119-2125, Ang. lat. 2127-2130, Ang. lat. 2188, Ang. lat. 2202, Ang. lat. 2288/9, Ang. lat. 2312/13, Ang. lat. 2313/1, 3, 4, 6, Ang. lat. 2321, Ang. lat. 2322, Ang. lat. 2349-2354, Ang. lat. 2356-2360, Ang. lat. 2368-2369, Ang. lat. 2399/2-3, Ang. lat. 2401, Ang. lat. 2403).
Ancora a Novelli si deve l'acquisto degli ultimi codici orientali della biblioteca, sicuramente gli Ang. or. 86, Ang. or. 87 (oltre ai già citati 88 e 88bis), Ang. or. 89, Ang. or. 90, Ang. or. 93, Ang. or. 94, Ang. or. 96, Ang. or. 97, Ang. or. 99.
Nessun altro bibliotecario laico dell'Angelica volle o ebbe i mezzi per sostenere una così organica attività di incremento del patrimonio librario manoscritto; di successive acquisizioni, l'unica veramente cospicua è quella degli autografi di Gigi Zanazzo, poeta romanesco (1860-1913), voluta da Francesco Barberi (1905-1988), oggi negli attuali manoscritti Ang. lat. 2410-2420 e quelle - sempre sotto la direzione di Barberi - dei carteggi dell'archeologo Felice Barnabei (1842-1915) e di Domenico Gnoli (1838-1915), poeta e direttore dell'Angelica tra 1910 e 1915.
Alla volontà di Ettore Novelli si deve infine l'ordinamento dei manoscritti in tre fondi separati, greco, latino e orientale e l'attribuzione delle nuove segnature, che attualmente sono in uso.

[estratto da E. Sciarra, Breve storia del fondo manoscritto della Biblioteca, in "La Bibliofilia" 111, 3, 2009, pp. 251-281.]
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