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Scheda biblioteca

CodiceIT - MI0327
CittàMilano
DenominazioneArchivio storico civico e Biblioteca Trivulziana
IndirizzoCastello Sforzesco, 20121 Milano (MI) - Lombardia
Tipologia amministrativaEnti territoriali. Comune
Stima manoscritti medioevali530 mss. circa databili ai sec. VIII-XV
Stima manoscritti moderni1150 mss. circa databili ai sec. XVI-XX
Manoscritti appartenenti al fondoNon definito
Segnature registrate in Manus1203
Schede in lavorazione3
Schede pubblicate382
Notizie storiche
I primordi quattrocenteschi della Biblioteca Trivulziana.

Nel 1935 il Comune di Milano acquistò da Luigi Alberico Trivulzio il ricco e pregiato fondo librario di famiglia, che fu annesso al preesistente Archivio Storico Civico, dando vita all'attuale Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana.
Alle origini della Biblioteca Trivulziana c'è dunque la raccolta privata di una delle più importanti famiglie patrizie milanesi, che collezionò manoscritti e libri a stampa di grande valore dalla seconda metà del Quattrocento agli inizi del Novecento.
Alla fine del XV secolo risalgono gli inventari di libri stilati in occasione della morte di tre illustri membri della famiglia: Gaspare di Giacomello, Carlo e Renato Trivulzio. Di quest'ultimo (”  1498), capostipite del ramo dei signori di Formigara e fratello del più famoso Gian Giacomo Trivulzio il Magno, ci è sicuramente pervenuto almeno il codice Trivulziano 2150 contenente il compendio di Prisciano De partibus orationis composto da Giorgio Trapezunzio, in cui compare più volte sul contropiatto posteriore la nota di possesso «Hic liber est Renati Trivultii civis Mediolanensis».
Molti sono i volumi appartenuti allo stesso Gian Giacomo Trivulzio il Magno (1441-1518), detto anche il Maresciallo di Francia, perché, dopo essere stato al servizio degli Sforza, passò con Carlo VIII e poi con Luigi XII, arrivando a conquistare Milano nel 1499 a capo delle truppe francesi e ad insediarsi come luogotenente e viceré dopo la partenza di Ludovico il Moro. Lo stemma del Magno si può ancora ammirare su alcuni manoscritti conservati fino a noi, tra cui l'attuale Trivulziano 2154, copia di dedica degli Hieroglyphica di Orapollo nella traduzione latina di Giorgio Valla, indirizzata al condottiero dal figlio del Valla, Giovan Pietro, probabilmente nel 1508.

La costituzione delle raccolte a metà del Settecento.

La vera e propria costituzione delle raccolte di casa Trivulzio si ebbe a metà del Settecento, soprattutto grazie all'impegno dei due fratelli Alessandro Teodoro e don Carlo Trivulzio, figli di Giorgio Teodoro (1656-1719) e di Elena Arese (1676-1715).
Alessandro Teodoro (1694-1763) fu uomo di grande spessore intellettuale e partecipò attivamente alla vita culturale della città di Milano, contribuendo a fondare e a finanziare la Società Palatina.
A causa degli impegni amministrativi dettati dal ruolo di primogenito di una delle più importanti famiglie patrizie milanesi dell'epoca, fu forse meno attivo del fratello don Carlo nell'arricchire la biblioteca di famiglia, anche se proprio a lui si deve l'acquisto, intorno alla metà del Settecento, di un importante lotto di preziosi codici della Biblioteca della Fabbrica del Duomo, tra cui si annoverano volumi provenienti dalle collezioni personali di illustri umanisti quattrocenteschi.
Dalla raccolta dell'umanista aretino Giovanni de Bonis entrarono così in casa Trivulzio i componimenti metrici autografi dello stesso de Bonis raccolti nei manoscritti Trivulziani 675 e 860, accanto ad altri volumi comunque di suo pugno contenenti il poema Iohannidos di Flavio Cresconio Corippo (Trivulziano 686) e le Epistolae metricae di Petrarca (Trivulziano 1014).
Dalla collezione di volumi un tempo appartenuti a Francesco Filelfo e poi lasciati in eredità alla Biblioteca Capitolare, ma che in seguito forse confluirono nella Biblioteca della Fabbrica, giunsero invece altri pezzi di gran pregio contenenti opere dell'umanista, tra cui in particolare il codice Trivulziano 873 con lo straordinario epistolario greco e latino allestito sotto la diretta supervisione dell'autore.
Allo stesso fortunato acquisto condotto da Alessandro Teodoro Trivulzio a metà del Settecento andranno ricondotti verosimilmente anche il celebre breviario ambrosiano noto come Beroldo (Trivulziano 2262), copiato nel 1396 da Andriolo de' Medici di Novate per la Fabbrica del Duomo di Milano e successivamente miniato da Giovannino e Salomone de' Grassi, oltre ad un imponente manoscritto cartaceo delle Tragedie di Seneca datato al 1386 (Trivulziano 807) e alla Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze (Trivulziano 503).

Don Carlo e il Libretto d'appunti di Leonardo.

Don Carlo Trivulzio (1715-1789) dedicò tutta la sua vita al collezionismo, non solo di libri manoscritti e a stampa, ma anche di bigliettini da visita, monete, medaglie, porcellane e avori, che confluirono nel famoso museo di casa Trivulzio. Notevole era anche la sua raccolta di autografi, tra cui spiccano soprattutto le lettere di san Carlo Borromeo che, come lo stesso don Carlo ricorda in un suo appunto, erano state «raccolte con grande stento, e senza risparmio di spesa, e di tempo».
Raffinato erudito e appassionato raccoglitore di codici, don Carlo fu però anche attento studioso dei volumi acquistati, che amava arricchire con fascicoletti autografi su cui annotava notizie storiche e filologiche, oltre a curiosi aneddoti personali.
Don Carlo rivolse il suo interesse soprattutto ai codici liturgici, ma si appassionò molto anche di letteratura in volgare delle origini. A lui si deve l'acquisto del famoso Trivulziano 1094, l'unico manoscritto conservato fino al giorno d'oggi che contenga per intero i tre libri dell'Orlando Innamorato del Boiardo. Grande fu anche l'attenzione per la produzione letteraria a stampa, italiana e straniera, e tra i suoi fortunati acquisti ricordiamo il De officiis di Cicerone, stampato a Magonza nel 1465 da Fust e Schöffer, protagonisti con Gutenberg della nascita della tipografia in Germania.
A don Carlo Trivulzio si deve anche lo straordinario acquisto intorno al 1750 del notissimo Libretto d'appunti di Leonardo da Vinci, che l'erudito riuscì a ottenere in cambio di un orologio d'argento a ripetizione comprato usato un paio di anni prima. Si tratta di un volumetto cartaceo di piccole dimensioni su cui Leonardo appuntò tra il 1487 e il 1493 circa, nella sua caratteristica corsiva da destra verso sinistra, lunghe liste di vocaboli, oltre a interessanti disegni a penna che raffigurano studi di fisiognomica, schizzi architettonici per il Duomo di Milano e schemi di macchine belliche.

La divisione dell'eredità di famiglia agli inizi dell'Ottocento.

Le collezioni di don Carlo Trivulzio e di Alessandro Teodoro furono entrambe ereditate dal figlio di quest'ultimo, Giorgio Teodoro Trivulzio (1728-1802), che riunì per alcuni anni l'intera biblioteca di famiglia nel palazzo di piazza S. Alessandro. Alla sua morte il patrimonio fu ereditato da Alessandro, che morì nel 1805 senza discendenza. La collezione di famiglia fu quindi nuovamente divisa tra gli altri due figli di Giorgio Teodoro: Gian Giacomo e Gerolamo Trivulzio.
Nel 1816 l'abate Mazzucchelli formalizzò la divisione dei beni, stilando un inventario di cui si conserva ancora la bozza preparatoria presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il patrimonio librario fu così ripartito in due lotti identici di 724 manoscritti ciascuno.
L'eredità di Gerolamo, morto nel 1812, passò dapprima alla figlia Cristina, nota come Cristina Belgiojoso per aver sposato Emilio Barbiano di Belgiojoso, e poi alla nipote Maria, che a sua volta sposò Ludovico Trotti Bentivoglio. Nel corso degli anni il lotto si impoverì in seguito a una serie di vendite tra cui spicca quella di circa 124 manoscritti da parte dei coniugi Trotti alla libreria Hoepli nel 1885. Nel 1907 Ludovico Trotti Bentivoglio donò i codici rimasti, all'incirca 443, alla Biblioteca Ambrosiana, dove oggi costituiscono il fondo Trotti.
La storia della collezione Trivulzio proseguì dunque con Gian Giacomo, che ampliò le raccolte di famiglia attraverso una capillare campagna di acquisti. Il suo ex-libris con volto umano trifronte, spesso stampato su carta azzurra, compare infatti ancora oggi su moltissimi libri della Biblioteca Trivulziana.

L'esegesi di Dante e Petrarca in casa Trivulzio.

Il marchese Gian Giacomo (1774-1831) fu accademico della Crusca e amico del Monti. Dati i suoi interessi linguistici e letterari, privilegiò soprattutto l'acquisizione di testi, manoscritti e a stampa, della letteratura italiana delle origini - in particolare Dante e Petrarca - inaugurando i due ricchissimi fondi, dantesco e petrarchesco, presenti in Trivulziana.
Nel 1804 acquistò infatti la biblioteca del petrarchista fiorentino Baldelli-Boni. Nel 1806 acquisì invece a Padova alcuni codici della libreria Volpi, tra cui il Trivulziano 1015, un bellissimo esemplare miniato contenente Rime e Trionfi di Petrarca, a cui affiancò nel 1808 un altro pregevole esemplare delle Rime e Trionfi, il Trivulziano 905, comperato a Firenze dal Molini. Il successivo acquisto nel 1826 di buona parte della collezione privata di Antonio Marsand contribuì ad incrementare la già notevole collezione petrarchesca.
Gian Giacomo rivolse grande attenzione anche alla raccolta delle opere di Dante. Alla morte del pittore Giuseppe Bossi (”  1815), riuscì ad acquistare alcuni dei suoi preziosi codici danteschi, tra cui ricordiamo un esemplare membranaceo della Commedia classificato tra i “Danti del Cento” (Trivulziano 1077), un secondo esemplare della Commedia contenente solo le prime due cantiche (Trivulziano 1076), una Vita Nuova e Rime diverse datato al 1425 (Trivulziano 1058), una raccolta di Rime di Dante e Petrarca della fine del XIV secolo (Trivulziano 1091) e una Vita di Dante del Boccaccio datata al 1437 (Trivulziano 80).
Tra il 1806 e il 1815, in seguito alle soppressioni dei conventi e delle corporazioni religiose in Veneto, Gian Giacomo portò avanti un'altra notevole campagna di acquisti. Entrarono così a far parte delle raccolte Trivulzio un De vulgari eloquentia dantesco già appartenuto ai Padri Somaschi e prima ancora al Trissino (Trivulziano 1088) e un altro codice sempre proveniente dai Padri Somaschi, l'attuale Trivulziano 910, un esemplare membranaceo del XV secolo de La bella mano di Giusto de' Conti.
A Gian Giacomo Trivulzio si deve anche l'acquisto del preziosissimo codice Trivulziano 1080, che tramanda uno dei testi più antichi e autorevoli della Commedia dantesca. Il manoscritto membranaceo, iscrivibile nel gruppo dei cosiddetti “Danti del Cento” per l'aspetto grafico e decorativo, fu trascritto nel 1337 a Firenze da Francesco di ser Nardo da Barberino in una elegante cancelleresca, a cui si accompagnano superbe miniature e illustrazioni attribuite al Maestro delle Effigi Domenicane. In seguito il volume migrò in area veneta, dove probabilmente rimase fino agli inizi dell'Ottocento, quando il marchese Trivulzio riusci ad entrarne in possesso, documentandone l'acquisto nell'autografo Trivulziano 2061.

L'incremento ottocentesco delle raccolte: l'ingresso in Trivulziana dei libri Belgiojoso.

La biblioteca Trivulzio, arricchita dalle acquisizioni di Gian Giacomo senior, passò al figlio Giorgio Teodoro (1803-1856), che sposò nel 1831 la fiorentina Marianna Rinuccini. Della sua dote faceva parte un interessante lotto di manoscritti appartenenti alla famiglia da generazioni, tra cui il resoconto del viaggio al Santo Sepolcro intrapreso nel 1474 dal frate Alessandro Rinuccini (Trivulziano 82).
L'intera raccolta fu poi ereditata dal nipote Gian Giacomo (1839-1902), figlio di Giorgio Teodoro, che dal 1885 acquisì il titolo di principe di Musocco. A Gian Giacomo junior dobbiamo un ulteriore incremento del fondo dantesco e petrarchesco e in particolare il completamento della serie degli incunaboli della Commedia di Dante.
Gian Giacomo decise di aprire le porte della sua biblioteca agli studiosi e comprese la necessità che la sua ormai notevole raccolta fosse affidata alle cure di un bibliotecario. L'incarico fu rivestito dal cugino Giulio Porro, a cui dobbiamo il primo inventario delle collezioni librarie, edito nel 1884 col titolo di Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana e ancora oggi indispensabile strumento di consultazione. Alla morte del conte Porro (”  1885) l'incarico toccò dapprima a Carlo Ermes Visconti e poi all'ingegnere ticinese Emilio Motta.
Nel 1864 Gian Giacomo Trivulzio sposò Giulia Amalia Barbiano di Belgiojoso, che portò in dote - oltre a più di 25000 volumi a stampa e a un importante fondo d'archivio con 309 cartelle di documenti e circa 1800 pergamene - anche un ricchissimo lotto di 634 manoscritti, molti dei quali estremamente antichi e preziosi.
Tra i manoscritti della dote Belgiojoso andranno almeno ricordati il più antico manoscritto posseduto oggi dalla Biblioteca Trivulziana, contenente un'epitome delle Constitutiones giustinianee databile alla fine dell'VIII secolo (Trivulziano 688), una raccolta di Epistolae di illustri umanisti quattrocenteschi (Trivulziano 643), una Rhetorica ad Herennium di Cicerone dedicata ad Ascanio Maria Sforza (Trivulziano 772) e una Pharsalia di Lucano allestita nel 1456 dal copista Raffaello nel carcere del castello di Mantova per Ludovico II Gonzaga (Trivulziano 692), il De nobilitate di Poggio Bracciolini (Trivulziano 777) e il Canzoniere di Gasparo Visconti per Bianca Maria Sforza (Trivulziano 1093), oltre ad alcuni manoscritti contenenti testi e documenti relativi alla storia di Milano durante il periodo visconteo-sforzesco.
Con il matrimonio pervenne in Trivulziana anche il bel manoscritto membranaceo dei Voyages di Jean de Mandeville (Trivulziano 816), trascritto nel 1396 dal chierico francese Richart Hemon e poi miniato probabilmente in ambito pavese imitando modelli decorativi francesi.

La cessione della collezione Trivulzio al Comune di Milano e gli eventi bellici dell'agosto del 1943.

Il ricchissimo patrimonio delle raccolte Trivulzio fu ereditato dal nipote di Gian Giacomo principe di Musocco, che le vendette nel 1926 al proprio padre Luigi Alberico Trivulzio.
Luigi Alberico si occupò con passione della biblioteca di famiglia, completandone le collezioni e cercando di rientrare in possesso dei codici più belli alienati nei secoli precedenti. Nel 1905 riuscì ad esempio a ricomprare presso Hoepli il bel Messale di Civate (Trivulziano 2294), un manoscritto membranaceo della fine dell'XI secolo arricchito da notazioni musicali, di sicuro impianto scrittorio e decorativo lombardo. Il volume era già stato acquistato da don Carlo Trivulzio, ma nella spartizione degli inizi dell'Ottocento era toccato prima a Gerolamo e poi alla figlia Cristina Belgiojoso, che lo aveva venduto sul mercato antiquario.
Nel 1935 Luigi Alberico Trivulzio trattò la vendita delle raccolte d'arte e della biblioteca di famiglia con il Comune di Torino, ma la pronta e animata reazione dell'opinione pubblica milanese portò all'acquisto dell'intero patrimonio da parte del Comune di Milano. Il Comune di Torino fu risarcito per il mancato acquisto con due esemplari, uno per ciascuna collezione, entrambi attualmente conservati al Museo Civico d'Arte Antica di Palazzo Madama: il celebre Ritratto d'uomo di Antonello da Messina e il frammento noto come Heures de Turin-Milan (ex Trivulziano 2166, attualmente inv. 467/M).
La ricca collezione d'arte fu destinata alle Civiche Raccolte d'Arte, mentre la biblioteca Trivulzio fu annessa al preesistente Archivio Storico Civico, che occupava già dal 1902 le sale al secondo e terzo piano del cortile della Rocchetta al Castello Sforzesco.
Con la cessione delle raccolte al Comune di Milano volge al termine la vicenda della Trivulziana come biblioteca privata di famiglia e inizia quella di biblioteca pubblica aperta alla cittadinanza, la cui storia novecentesca è però segnata fin da subito da una grave perdita durante la seconda guerra mondiale.
Infatti, nonostante dal 1940 fosse stato attuato un piano di trasferimento dei manoscritti Trivulziani nei rifugi di Sondalo e S. Angelo Lodigiano, rimasero purtroppo in sede per ragioni di studio alcuni esemplari che andarono distrutti durante un'incursione aerea dell'agosto del 1943 insieme all'intera biblioteca moderna dell'annesso Archivio Storico.
Terminata la guerra, dal 1950 i materiali superstiti dell'Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana furono trasferiti al piano terra del cortile della Rocchetta al Castello Sforzesco, dove tuttora si trovano.

Il Novecento e l'acquisizione dei nuovi fondi librari.

All'originario patrimonio Trivulzio acquisito nel 1935 furono successivamente annessi nuovi fondi, acquistati o donati al Comune di Milano nel corso del Novecento.
Già al dicembre del 1936 risale la donazione del barone Giuseppe Weil Weiss di Lainate (1857-1939), che volle espressamente destinare la sua pregevole biblioteca alla Trivulziana. Si tratta di una raccolta di circa 7000 volumi, con legature d'arte, opera di alcuni tra i migliori legatori francesi e italiani di fine Ottocento e del primo trentennio del Novecento. Nel 1951 fu dedicata alla memoria del barone Weil Weiss una sala, attualmente sede di conferenze e seminari.
Nel 1943 la contessa Lidia Morando Rizzoni Caprara (1876-1945) lasciò in eredità un ricco fondo, che comprende trentatré manoscritti, cartacei e pergamenacei, e circa 4000 volumi a stampa tra cui quarantuno incunaboli. La raccolta presenta un carattere piuttosto omogeneo, essendo chiara espressione dell'interesse della contessa per l'alchimia e le scienze occulte, dalla magia all'astrologia, dalla divinazione alla chiromanzia, interesse soddisfatto attraverso l'acquisizione delle opere fondamentali degli studiosi più autorevoli e rappresentativi di ciascuna scienza.
Tra gli anni Trenta e Quaranta si portò a termine l'acquisto della ricca collezione libraria appartenuta a Giuseppe Lesca (1865-1942), professore di Lettere a Firenze. La raccolta, annessa alla Trivulziana nel 1944, consta di circa 5600 testi soprattutto a stampa relativi alla letteratura italiana dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento. Fa parte del fondo anche un notevole archivio di diplomi, onorificenze, manoscritti di opere dello stesso Lesca, ritagli di giornali, oltre alla fitta corrispondenza con intellettuali del suo tempo, tra cui Alessandro D'Ancona e Arnaldo Momigliano, ma anche occasionalmente Benedetto Croce, Edmondo De Amicis, Antonio Fogazzaro e Ada Negri.
Sul finire degli anni Cinquanta giunsero in biblioteca 115 incunaboli, appartenuti al giornalista milanese Cazzamini Mussi (1880-1959), mentre del 1960 è l'acquisizione della raccolta libraria di Cesare Manaresi, archivista presso l'Archivio di Stato di Milano e docente di paleografia presso l'Università degli Studi di Milano.
Infine fra il 1979 e il 1980 lo studioso di diritto Domenico Rodella donò una collezione di oltre 3000 volumi, tra cui spiccano dieci incunaboli, cinquanta cinquecentine e altre opere stampate tra Seicento e Settecento in Italia e in Europa.

Bibliografia:

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I codici Medioevali della Biblioteca Trivulziana, a cura di C. Santoro, Milano, Comune di Milano, 1965;
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Il Fondo petrarchesco della Biblioteca Trivulziana. Manoscritti ed edizioni a stampa (sec. XIV-XX), a cura di G. Petrella, Milano, Vita e Pensiero, 2006;
I manoscritti datati dell'Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana di Milano, a cura di M. Pontone, Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2011.

Lista dei fondi

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